Bloody Edith la stilista che crea su cartamodelli vintage originali

Bloody Edith la stilista che crea su cartamodelli vintage

Laura di Stefano nome d’arte Bloody Edith è l’icona e forse l’unica stilista vintage che l’Italia vanta: appassionata di moda, materia su cui ha condotto i suoi studi ha una vera e propria ossessione per il look del passato, in particolare guarda agli anni quaranta e cinquanta con ammirazione e coinvolgimento: non a caso la sua strada professionale è stata condizionata e influenzata dai quei decenni. Come spiega anche nel suo sito Bloody Edith la filosofia che ha spinto questa giovane designer a fare del vintage la sua ragione di vita è l’emozione di sentirsi parte di un mondo ricco di effetti speciali, colori e tanti dettagli ma soprattutto colmo di linee e tagli originali per l’epoca e attuali ai giorni nostri. Edith Bloody ha scelto d’abbandonare un posto fisso e sicuro per realizzare il suo sogno: creare abiti vintage utilizzando cartamodelli originali dei decenni di riferimento. La sua ricerca tra mercatini, fiere e mostre l’ha portata a crearsi un portafoglio di cartamodelli in grado di far nascere capi unici, esclusivi ma soprattutto nuovi.

Bloody Edith stilista vintage condizionata da Elvis e “Via col Vento”

Negli ultimi tempi Laura di Stefano ha attirato l’attenzione di stampa e addetti ai lavori, il suo concept è stato condiviso e sostenuto anche da chi dubitava che potesse avere successo. Romana d’origine e milanese d’adozione cura la realizzazione dei suoi abiti personalmente scegliendo sempre sartorie italiane must imprescindibile di ogni sua creazione a cui non rinuncia nonostante le tante richieste che ha. In una recente dichiarazione Edith ha spiegato come la sua infanzia, in particolare i suoi genitori e “Via col Vento” hanno condizionato questa particolare scelta stilistica:”Tutto è iniziato con mio padre che amava Elvis, e mia madre che amava i film in bianco e nero. Durante gli anni delle scuole superiori, io ero ossessionata da Via col vento. Lo rivedevo tutto ogni due giorni, anche se era lunghissimo. Un pomeriggio vedevo il primo tempo, quello successivo il secondo, e così via, per tutti gli anni dell’Accademia. Amavo quei costumi, ogni colore un’emozione e il mondo che raccontavano. Alla fine mi è sembrato coerente scrivere la mia tesi di laurea sulla costumista di quel film, Edith Head. La più premiata donna nella storia degli Oscar. Da lì anche il mio nome”. 

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